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Blog Piccola a chi?

Bambina felice

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March 18, 2021

Fino a qualche anno fa ero persuasa dall’idea che mio padre mi avesse cresciuta “come una maschio”.Quando, in un’ intervista, ha letto questa mia…

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Ahorita

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January 26, 2021

Non è una parola, è uno stile di vita.Non cercatela nel dizionario, non esiste.La trovate sulla bocca delle persone.E lì rimane.Come una goccia di…

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Non apparire. Esserci.

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January 21, 2021

E quindi?

Questa è la prima reazione quando leggo un titolo celebrativo sul primato dell’ennesima donna che ce l’ha fatta. Qualsiasi cosa significhi. Di solito…

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Se non ci fosse stato

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January 1, 2021

quest’anno. Vissuto così. Che ha deciso di farci vivere … (aggiungete a vostra discrezione la definizione), io sarei ancora a passare tutto il giorno…

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Hello, October!

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October 4, 2020

Per la prima volta nella mia – giovane- vita, non assisto al cambio di stagione. Ma soprattutto non faccio il cambio armadio, una…

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Non aprire quella porta.

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October 2, 2020

(adesso, si)

Nei lunghi giorni, infiniti giorni, maledetti giorni trascorsi in casa, quella porta chiusa mi dava una carica di ansia che difficilmente dimenticherò.

Nei mesi di lockdown l’abbiamo aperta raramente: per portare in casa la spesa che ci lasciavano sul pianerottolo, recuperare i pacchi di Amazon, le bollette, segnali della vita che andava avanti anche se stavamo tutti fermi ad aspettare. Anche solo di andare a buttare la pattumiera, per respirare un pò. C’e’ chi ha trovato sollievo stando sul balcone a cantare, chi a far lievitare qualsiasi cosa capitasse sotto tiro, chi ha affittato il cane del vicino, rapito il figlio degli amici.

Il mio non l’ha preso in prestito nessuno, devo farmi delle domande, mi sa.

Io ho esorcizzato raccontando su Instagram la mia quarantena tra homeschooling e smartworking. Ma quando finivo di creare quel piccolo contenuto, di urlare con mio figlio di stare attento alla lezione, consegnavo il lavoro che mi era stato assegnato, guardavo intensamente quella porta chiusa. Alla quale ho attaccato persino delle foto per farla sembrare meno chiusa. Una finestra sui viaggi, sui nostri sorrisi, il sole. La libertà.

Alcuni giorni bastava aprirla davvero, una finestra, per far entrare il rumore della pioggia. Cercare di trovare un pezzo di cielo tra i palazzi. Un refolo d’aria da respirare a pieni polmoni, che tanto anche lo smog si era preso una pausa.

Altri, non bastava nulla. E se non fissavo la porta, c’era il soffitto di camera mia. Ogni sera, a letto, l’ho trasformato in oceano, ho cavalcato le sue onde, mi sono regalata, con l’immaginazione, qualche attimo di emozioni. Sognare di essere in mezzo al mare, il luogo in assoluto nel quale sento di dover stare, è stata la mia fuga dalla realtà. Se non avessi avuto quella piccola, all’apparenza insignificante, via d’uscita, non so come avrei fatto a non scapocciare contro il muro. Le mura. perché sicuro me le sarei fatte tutte. Quando si ha un figlio, in una condizione di emergenza, si deve far finta di avere tutto – o quasi- sotto controllo. Ho cercato di presentarmi con il sorriso, di essere sempre pronta al cazzeggio, inventarmi nuovi modo di trascorrere il tempo insieme, raccontargli sempre la verità senza caricarlo di angoscia. Quella me la sono tenuta dentro tutta.

Non ho dormito un granché, in quei giorni. L’effetto onda perfetta disegnato sul soffitto bastava solo per farmi cadere in un sonno leggero, troppo leggero per durare a lungo. Come quando cadi dalla tavola da surf e centrifugato dalle onde trattieni il respiro, cosi mi svegliavo di colpo: in apnea. Talvolta pensavo davvero di non trovare il respiro.

Avrei potuto scrivere, in quel tempo. Ma non ci riuscivo. In quel periodo di clausura, a parte ciò che ho buttato giù per lavoro, non sono riuscita, mai, a trasformare i miei stati d’animo in parole. Era come se tutto, tutto, si fosse fermato e il mio cervello avesse solo la forza di mettere in fila le azioni minime, per sostenere il corpo, chissà, costretto a fare un numero limitato di movimenti.

Non mi sono allenata come una disperata. Forse sono stata l’unica. Per me lo sport non si fa in casa. Non ho cambiato idea. Non ho ballato, non ho cucinato – ci mancava solo l’avvelenamento – non ho partecipato agli aperitivi virtuali. Già tollero poco quelli reali.

Ho pensato molto a cosa avrei voluto fare appena avrei potuto infilare la chiave, girarla, smadonnare perché mi dimentico sempre di oliare i cardini, e aprire quella pesantissima porta.

Camminare a piedi nudi. Circondata dal verde. Dalle sfumature di blu. Bruciarmi la pelle al sole. Accecarmi fissando la sua luce. Guardare le stelle e se non ci sono, guardare lo stesso in alto. Stare in acqua. La mattina. Il pomeriggio. La sera.

Trovare un posto e farlo diventare casa.

Lasciando la porta, sempre, aperta.

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Scappo dalla città

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October 1, 2020

LA VITA, L’AMORE, LE ONDE.

Ed eccomi qui, a kilometri di distanza dal mio paese, la mia città , casa mia.

Quella che inizialmente aveva…

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